Leila, Shabane, Rogia e le altre: la recensione di “L’autunno è l’ultima stagione dell’anno” e i romanzi di Ponte33

Galeotto fu l’articolo di Internazionale dedicato all’ultima edizione della fiera internazionale del libro di Teheran, a cui l’Italia ha presenziato come ospite d’onore, e chi lo scrisse (Marina Forti). È così che sono venuta a conoscenza di Ponte33, una piccola casa editrice fondata nel 2008 da due iraniste, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, interamente dedicata alla pubblicazione di romanzi della letteratura persiana contemporanea. Lo scopo di Ponte33, come si legge sul sito, è quello di «offrire per tutta l’area di lingua persiana una sorta di sguardo “dall’interno”, quello sguardo che solo la letteratura può dare, se è vero che per conoscere un paese occorre viverci oppure leggerne gli scrittori». Giacomo Longhi, in un articolo pubblicato su Doppiozero, distingue tra la letteratura che nasce in persiano e quella degli autori iraniani che invece scrivono e pubblicano in un’altra lingua; quest’ultima, decisamente di maggior rilievo in ambito internazionale (basti pensare a Persepolis di Marjane Satrapi), non ha – secondo Longhi – «contribuito a risolvere il ristagno d’interesse verso la letteratura dei loro connazionali prodotta direttamente in persiano, meno accessibile agli editori, scritta senza lo scopo di soddisfare le curiosità di un pubblico straniero, ma sicuramente espressione autentica del dinamismo culturale e dell’immaginario interno al paese».

Tuffandomi nella lettura di sei dei romanzi editi da Ponte33, la prima cosa che mi è saltata agli occhi (subito dopo le straordinarie – ma “straordinarie” è quasi un eufemismo – copertine dell’artista iraniano Iman Raad) è che il numero di scrittrici batte quello degli scrittori, proporzione che trova la sua ragion d’essere non tanto in una precisa scelta editoriale, quanto nella grande vivacità del panorama letterario “femminile” (passatemi il termine). Dettaglio, questo, che già da solo basterebbe a scardinare una gran quantità di stereotipi sull’Iran (e sul mondo islamico in generale, ma non sono sicura che gli amanti dei cliché comprendano la differenza). Ammetto che, avendo la fortuna di avere un’amica italo-iraniana, leggere questi romanzi non mi ha aperto gli occhi su una realtà completamente inedita, ma è vero che calarsi nelle parole di queste scrittrici, per altro tutte abituate a utilizzare la prima persona, arricchisce sempre la prospettiva e aiuta a dare profondità a un mondo che ci è pressoché estraneo.

iran6Tra gli ospiti presenti alla fiera di Teheran c’era anche Nasim Marashi, autrice dell’ultimo libro pubblicato da Ponte33, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno (trad. Parisa Nazari). Traendo spunto dalla sua vita e da quella dei suoi coetanei, Marashi costruisce le sue tre protagoniste, Leila, Shabane e Rogia, amiche dai tempi dell’università e profondamente diverse l’una dall’altra. C’è Leila, una giornalista disoccupata che trascorre il suo tempo vegetando tra le macerie del suo matrimonio con Misaq, il marito partito per il Canada senza fare più ritorno; c’è Shabane, insicura, fragile, paranoica, vessata dall’indecisione e da un senso di colpa che non è capace di scrollarsi di dosso, impegnata a barcamenarsi tra il lavoro a uno studio di ingegneria, uno spasimante che non la convince e un fratello malato a cui vuole un bene dell’anima; c’è anche Rogia, pure lei impiegata nello stesso studio di Shabane, ma spigliata, sfacciata, sicura di sé e già con un piede (ma soprattutto il cervello) in Francia, dove frequenterà i corsi per il dottorato.

A contare però non sono tanto le differenze, quanto i tratti in comune, perché nonostante tutto Leila, Shabane e Rogia non sono poi così diverse. Tutte e tre sembrano aver scelto la facoltà di ingegneria per assecondare la volontà della famiglia, perché quella sembrava la “scelta giusta” da fare anche a costo di lasciare la propria città natale e di mettere da parte le aspirazioni di una vita: è questo il caso di Leila, ma anche dell’autrice, che ha realizzato il suo desiderio di studiare musica solo dopo la laurea in ingegneria. In un modo o nell’altro, le protagoniste si ritrovano a fare i conti con le loro ambizioni frustrate, con un mondo che sembrava promettere loro la luna ma che, proprio quando sentono di essere in dirittura d’arrivo, allontana il traguardo ogni volta un po’ di più, innescando un inseguimento che ha del supplizio infernale. Perché Leila, Shabane e Rogia, come spiega Marashi, appartengono a una generazione che non si riconosce più nei valori del passato e che ancora non è riuscita a identificare (e a identificarsi in) quelli del futuro; sono donne che non saranno mai appagate dalle scelte obbligate compiute dalle loro madri e dalle loro nonne prima di loro, e che però non riescono a trarre nessuna soddisfazione duratura da questa continua ricerca di miglioramento che, in fin dei conti, non sembra in grado di portarle da nessuna parte. Sia che si tratti dell’apprensivo bovarismo di Shabane, costantemente schiacciata da se stessa, sia della spigliata intraprendenza di Rogia, alla fine l’unica cosa da fare è abbandonare il sogno e tornare con i piedi per terra (non a caso Il Manifesto intitola la sua intervista alla scrittrice: L’Iran delle vite immaginarie). Agli occhi di tutte e tre, il miraggio – che per ognuna di loro ha un significato diverso – assume le fattezze di Misaq: il grande amore perduto di Leila, il supremo esempio dell’uomo perfetto per Shabane, l’incarnazione di chi ce l’ha fatta a partire nel caso di Rogia.

L’ansia di arrivare è uno dei grandi crucci delle generazioni nate negli Settanta e Ottanta ed è curioso vedere come anche guardando a due paesi tra loro lontani e fondamentalmente diversi come l’Iran e l’Italia, la situazione non cambi granché. Sono rimasta impressionata dai punti di contatto tra le protagoniste di L’autunno è l’ultima stagione dell’anno (Rogia in particolare) e il personaggio principale di un altro libro letto di recente, Italia in autunno (Pendragon, 2016) di Nicola Barilli: due romanzi che non dovrebbero avere niente in comune e che invece condividono il mito-miraggio che guida le nuove generazioni, figli di genitori che per cause di forza maggiore non hanno potuto “realizzarsi”, cresciuti a pane e ambizione per un futuro migliore che sembra finalmente a portata di mano, un futuro però dai contorni – nel migliore dei casi – sfocati. (Non mi soffermo granché sul romanzo di Barilli perché meriterebbe un articolo a parte e non voglio far diventare questo un mattone).

«Io non sono diventato nessuno, ma tu e Ramin dovete diventarlo. Te lo ricorderai?»

«Sì, papà, me lo ricorderò» ho detto.

Il giorno dopo se n’è andato e non è più tornato. Cosa mi è rimasto di lui a parte queste parole e i suoi occhi verdi? Non è più tornato per vedere che le sue parole mi hanno rovinato la vita. Se lui non è diventato nessuno, perché io dovevo diventare qualcuno?

Nasim Marashi, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

La rigida struttura del romanzo in due sezioni (Estate, Autunno) a loro volta suddivise in tre capitoli, uno per ciascuna delle protagoniste, sembra arginare una scrittura in prima persona in apparenza semplice, ma fortemente oscillante tra passato e presente. Leggere il libro di Marashi è un po’ come guardare un film ricco di flashback che si alternano al presente senza alcuna soluzione di continuità: basta una parola, una situazione, una voce perché la narrazione si riallacci subito a un episodio del passato, fornendo al lettore un altro tassello del mosaico che sono le tre protagoniste. Le vite di Leila, Shabane e Rogia si svelano poco a poco e, anche quando siamo sicuri di sapere tutto quello che c’è da sapere, ecco che arriva un nuovo dettaglio ad aggiustare la nostra prospettiva.

Non ci sono risposte o soluzioni da dare, né per le protagoniste, né per il lettore che abbia ben presente la condizione esistenziale di cui si parla; suppongo che sapere di non essere soli, che l’esperienza si ripete anche in culture tanto diverse, sia di per sé una consolazione e uno spunto di riflessione.

iran1L’autunno è l’ultima stagione dell’anno non è l’unico romanzo pubblicato da Ponte33 dedicato a donne che si ritrovano a dover rivalutare la propria vita. È questo il caso della protagonista di Come un uccello in volo di Fariba Vafi (trad. Hale Nazemi e Maria Bianca Filippini), anche lei schiacciata dai doveri imposti dal suo ruolo di madre, sposata a un uomo distante, sempre insoddisfatto e con l’ossessione di emigrare in Canada. Il romanzo è suddiviso in brevissimi capitoletti che offrono piccoli episodi, rapidi spaccati della vita della protagonista che, proprio come l’uccello del titolo, impara ad alleggerirsi (soprattutto psicologicamente) dalle zavorre che la tengono relegata sulla terra e a prendere finalmente il volo. Ansia di leggerezza e voglia di liberazione abilmente sottolineate dalla struttura agile del romanzo, di una delicatezza davvero impressionante.

iran3Anche la Alaleh del romanzo di Nahid Tabatabai, A quarant’anni (trad. Camelia Zahra Rafatnejad), deve fare i conti con il passato che torna a farle visita sotto forma del suo primo amore: emigrato in Francia e divenuto direttore d’orchestra di successo, è finalmente di ritorno in patria per dirigere un programma al teatro per cui lavora Alaleh. Il rientro dell’uomo rischia di mettere in discussione tutte le scelte compiute da Alaleh nel corso della sua vita (il marito, la figlia, il lavoro), ma l’aiuterà anche, sulla soglia dei quarant’anni, a confermarne alcune e a correggerne altre. Come si suol dire, non è mai troppo tardi.

 

iran2.jpgDi crisi esistenziale si parla anche in Probabilmente mi sono persa di Sara Salar (trad. Jasmine Nassir), un romanzo dall’architettura pressoché perfetta. L’autrice riesce a catturare il lettore in un vortice ininterrotto di pensieri, azioni presenti e passate, flashback dell’infanzia, dell’adolescenza, di sedute di terapia e di episodi mai avvenuti: elementi che puntano tutti, con una tensione irresistibile, verso il finale che getta luce su tutto ciò che è venuto prima e che tinge le pagine di Probabilmente mi sono persa di un’inquietudine quasi straziante. Il contrasto tra ciò che si è, ciò che si vorrebbe essere, ciò che si dovrebbe essere e ciò che si è invece diventati è il filo conduttore di un romanzo che ha una forza quasi magnetica (e poi, siccome sono una persona triste e superficiale, mi tocca anche dire tra tutte queste copertine bellissime, questa è di gran lunga la mia preferita e che varrebbe comprare il libro anche solo per quella). Mentre leggevo non ho potuto fare a peno di pensare a Swing time di Zadie Smith, ma Probabilmente mi sono persa è più di quello che sembra.

iran5Leggermente diversi Non ti preoccupare di Masha Mohebali (trad. Giacomo Longhi) e Particelle di Soheila Baskhi (trad. Mario Vitalone). Il primo racconta le peripezie sul filo del tragicomico di Shadi, una tossicodipendente di Teheran che si lancia nell’assurda impresa di trovare un’altra dose d’oppio nel bel mezzo di un terremoto che sta facendo tremare la capitale. Non ti preoccupare riesce a trattare temi drammatici con una leggerezza e un brio davvero notevoli, seguendo la sua protagonista attraverso incontri improbabili che si susseguono rapidamente e che richiamano alla memoria i racconti popolari abitati da personaggi bizzarri e situazioni altrettanto incoerenti. La sensazione ultima è che la terra non sia l’unica cosa che sta tremando in città. La traduzione di Giacomo Longhi riesce a rendere la vivacità che lo slang utilizzato da Mohebali suppongo dia alla versione originale (non posso purtroppo accertarmene di persona), ma ammetto che la scelta dei termini dialettali del romanesco crea un effetto piuttosto straniante (edit: Longhi parla dei criteri della sua traduzione in questo articolo).

iran4Tra questi, Particelle di Soheila Baskhi è l’unico romanzo in cui la voce narrante è maschile e non femminile. In questo caso al centro dell’attenzione non c’è una crisi o una riscoperta di sé, ma il continuo autoinganno che il protagonista, un uomo di mezza età, perpetra nei confronti di se stesso, accumulando giustificazioni e vigliaccherie, in una fuga ininterrotta da qualsiasi responsabilità. Un atteggiamento amplificato dall’uso della tecnologia, un mezzo che contribuisce ad alienarlo e a ridimensionare ulteriormente (almeno ai suoi occhi) la portata delle sue azioni sul mondo reale. Ipocrisie, tradimenti e debolezze che non sembrano sfiorare più di tanto il personaggio di Bakshi, il cui ritratto (una sorta di condanna indiretta) risulta particolarmente vivo e interessante.

Ho scoperto qualcosa che meriterebbe di essere brevettato a mio nome. Ho scoperto che il mondo reale è, per certi versi, più virtuale del mondo virtuale, e viceversa. In effetti, quando sono a casa o a lavoro, o quando faccio visita ai miei genitori, io sono più virtuale che reale. Sono un impiegato virtuale, uno sposo virtuale, un figlio virtuale. Che io sappia, anche per gli altri è lo stesso. Qui, là, ovunque.

Soheila Baskhi, Particelle

Insomma, se avete voglia di cambiare completamente atmosfere e di vedere come si vive dall’altra parte, vi consiglio di fare un salto sul sito di Ponte33 e farvi un regalo. (Prima o poi me ne farò uno anche io e forse imparerò a contenere la lunghezza dei miei post, ma non è questo il giorno).

 

Foto: ponte33.it, amazon.it

 

Annunci

2 pensieri riguardo “Leila, Shabane, Rogia e le altre: la recensione di “L’autunno è l’ultima stagione dell’anno” e i romanzi di Ponte33

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...