Sulla speranza, la violenza e la lotta: una trilogia di Rebecca Solnit

Nelle stesse intenzioni della scrittrice femminista Rebecca Solnit, il suo The Mother of All Questions (pubblicato da Haymarket nel 2017 e non ancora disponibile in traduzione italiana) conclude l’ideale trilogia che si era aperta con Hope In The Dark del 2004 (Speranza nel buio, Fandango, trad. Andrea Spila) ed era continuata con Men Explain Things To Me del 2014 (Gli uomini mi spiegano le cose, Ponte alle Grazie, trad. Sabrina Placidi). Nei ringraziamenti a The Mother of All Questions, infatti, Solnit parla di una trilogia «sulla speranza, la violenza e la lotta».

solnit4Gli articoli e i saggi pubblicati in Speranza nel buio sono incentrati sulla prima di queste tre voci: scritto sulla scia dello scoppio della guerra in Iraq, il libro ha come obiettivo quello di aiutare gli attivisti a non scoraggiarsi e ad abbandonare il pericoloso schema mentale che assegna a ogni azione un valore limitato alle conseguenze forti, evidenti e immediate che riesce a ottenere. Li invita piuttosto a concentrarsi sui meccanismi spesso oscuri e insondabili che governano il mondo, a scoprire un successo là dove sembrerebbe esserci soltanto un fallimento. Talvolta un movimento, una manifestazione, un progetto possono non sortire l’effetto sperato, ma non è detto che non mettano in moto un processo che per vie traverse e imprevedibili porterà a un qualche cambiamento, magari non nel luogo o nelle forme sperate, ma comunque un cambiamento positivo. Speranza nel buio affronta soprattutto tematiche legate al movimento pacifista e a quello ambientalista; alcuni eventi presi in esame potrebbero apparire datati, ma l’assunto di fondo, il meccanismo che vogliono mettere in evidenza, è assolutamente attuale ed essenziale per chiunque voglia cambiare il mondo senza lasciarsi scoraggiare dalle avversità o dalle tempistiche che il cambiamento richiede.

1418117_Gli uomini mi spiegano le cose_Esec@01.inddGli uomini mi spiegano le cose, invece, si avvicina maggiormente a The Mother of All Questions, ed è più nettamente incentrato sul femminismo. Suddivisa in nove capitoli corrispondenti ad altrettanti articoli, la raccolta analizza ed esamina alcuni eventi chiave verificatisi tra il 2008 e il 2014, dallo scandalo che ha visto coinvolto il direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn al massacro di Isla Vista, in cui un ragazzo frustrato dalla propria incapacità di approcciare le ragazze del suo college ha ben deciso di vendicarsi sparando all’impazzata, uccidendo sei persone e ferendone quattordici prima di togliersi la vita.

Il libro del 2014 introduce quello che sarà il concetto portante di The Mother of All Questions; esaminando e commentando i casi di volta in volta presi in considerazione, Solnit evidenzia le reazioni e i dibattiti che ne sono seguiti, sottolineando come in questi ultimi anni sia avvenuto e stia ancora avvenendo un colossale cambiamento di prospettiva che ha a che fare con il valore che la voce delle donne, le loro esperienze e testimonianze stanno acquisendo, alle parole e ai termini coniati per parlarne. «La credibilità è uno strumento di sopravvivenza fondamentale. […] Avere il diritto di farsi vedere e di parlare è il fondamento della sopravvivenza, della dignità e della libertà».

Un saggio in particolare, intitolato La sindrome di Cassandra, è una lettura imprescindibile soprattutto in seguito alle reazioni allo scandalo Weinstein, sia in Italia che all’estero (potete leggerlo qui in inglese). Qui come in altri articoli, Solnit sottolinea la necessità di inserire i comportamenti misogini (in questo caso lo schema ricorrente con cui si smentiscono, sviliscono e delegittimano le testimonianze delle donne) in un unico grande quadro d’insieme che sia in grado di mettere in relazione le mille forme della violenza e della cultura dello stupro (dal catcalling al femminicidio, passando per tutte le vie di mezzo) alla società in cui viviamo, rintracciando l’origine di quei meccanismi che a prima vista ci appaiono logici e sensati, ma che sono in realtà frutto di una cultura maschilista ben radicata nell’immaginario collettivo.

solnit2Nell’articolo principale di The Mother of All Questions, A Short History of Silence (Breve storia del silenzio), la scrittrice si dedica al tema della discriminazione di genere proprio dal punto di vista del silenzio: la storia delle donne (e delle minoranze) diventa storia del silenzio a cui sono state storicamente relegate.

«Siamo vulcani» ha detto una volta Ursula K. Le Guin. «Quando noi donne presentiamo la nostra esperienza come la nostra verità, come una verità umana, tutte le mappe cambiano. Ci sono nuove montagne». Le nuove voci, come vulcani sottomarini, emergono in mare aperto, si formano nuove isole; è un fenomeno furibondo e impressionante. Il mondo cambia. Il silenzio è ciò che permette alle persone di soffrire senza via d’uscita, ciò che permette alle ipocrisie e alle menzogne di crescere e prosperare, ai crimini di restare impuniti. Se le nostre voci sono un aspetto essenziale della nostra umanità, esserne privati significa essere disumanizzati o esclusi dalla propria umanità. E la storia del silenzio è centrale nella storia delle donne.

Solnit celebra il 2014 come l’anno del cambiamento, l’anno in cui (negli Stati Uniti ma non solo) le donne sono state finalmente ascoltate, l’anno in cui la violenza di genere è diventata di dominio pubblico, in cui un numero sempre più nutrito di uomini – complice una sorta di avvento del femminismo mainstream – si è unito alla causa. Di fatto non è cambiato niente nelle modalità con cui le donne vengono aggredite, molestate, stuprate, ciò che è cambiato è il modo in cui le loro voci vengono accolte, recepite, ascoltate.

Se il diritto di parlare, se avere credibilità, se essere ascoltati è una specie di ricchezza, questa ricchezza è adesso in corso di ridistribuzione. È esistita a lungo una élite dotata di credibilità, della possibilità di essere ascoltata, e una sottoclasse di chi non aveva voce. Adesso che la ricchezza viene ridistribuita, la scioccata confusione delle élite prorompe ancora e ancora, furia e incredulità che questa donna o questo bambino abbia osato parlare, che la gente si sia degnata di crederle, che la sua voce conti qualcosa, che la sua verità possa porre fine al regno di un uomo potente. Queste voci, ascoltate, capovolgono i rapporti di potere.

Non credo che questo capovolgimento sia mai stato tanto evidente come nel caso del già citato scandalo Weinstein e degli omologhi che l’hanno seguito (e che continuano a seguirlo) sia nel settore dell’industria cinematografica che in svariati altri (pubblicità, cucina, moda e via dicendo). Il saggio di Solnit risale al 2015 e devo ammettere che leggere le sue considerazioni col senno di poi fa una certa impressione.

L’autrice parla del coinvolgimento di ragazzi e uomini nel movimento femminista come una delle grandi novità segnate dallo spartiacque (convenzionalmente assunto) del 2014. L’effetto prorompente del caso Weinstein è in questo caso ancora più indicativo – e amaro – perché alcuni degli uomini che Solnit cita come “alleati” alla causa, sono stati a loro volta coinvolti in scandali legati alle molestie sessuali: è sicuramente il caso di Louis C.K. che si è dichiarato colpevole delle accuse che gli sono state mosse contro da cinque donne, ma anche (con modalità ben diverse) di Aziz Ansari. Al di là del merito dei singoli casi, questa situazione mette sicuramente in evidenza la necessità che questa ridistribuzione della ricchezza (del diritto di essere ascoltati) passi attraverso una rieducazione degli uomini all’empatia:

La nostra umanità è fatta di storie o, in mancanza di parole e racconti, di immaginazione: ciò che non ho provato personalmente, perché è successo a te e non a me, posso immaginarlo come mi fosse capitato in prima persona, o posso prendermela a cuore anche se non è successo a me. In questo modo siamo connessi, in questo modo non siamo separati. Quelle storie possono essere uccise nel silenzio, e le voci in grado di creare empatia soffocate, screditate, censurate, rese indicibili, inudibili. La discriminazione è un addestramento all’incapacità di identificarsi o di empatizzare con qualcuno perché è in qualche modo diverso, nella convinzione che le differenze significhino tutto e la nostra comune umanità niente.

Questa mancanza d’empatia, questa incapacità di mettersi nei panni degli altri si presenta nella sua massima forma in quegli individui che godono dei privilegi derivanti dal loro status, dal colore della loro pelle, dal loro sesso biologico, dal loro orientamento sessuale, dalla loro integrità fisica, a volte persino dalla loro religione. Chi è abituato a riconoscersi nei protagonisti di libri, fumetti, film e telefilm è altrettanto disabituato a fare il benché minimo sforzo per mettersi nei panni di qualcuno che non necessariamente gli somiglia. Per questo, come sottolinea anche Solnit in merito ad alcuni grandi classici della letteratura, un libro (o qualsiasi altra opera d’arte) che conta solo personaggi maschili può essere tranquillamente innalzato a storia che riguarda l’umanità intera, mentre un romanzo equivalente ma con i personaggi principali al femminile è piuttosto considerato un libro di/da donne. Lo stesso discorso può essere ampliato alle altre “minoranze” e a tutte le loro possibili intersezioni, per cui un film con un cast composto quasi esclusivamente da attori di colore è considerato un film per quella specifica etnia e non per tutti, come invece vengono considerati i film con cast a maggioranza bianca (e speriamo che Black Panther ci abbia liberato di questa percezione distorta).

Fin dall’introduzione di The Mother of All Questions, Solnit si rivolge tanto alle donne quanto agli uomini, riconoscendo nel patriarcato una forma d’oppressione che colpisce entrambi, seppur con modalità differenti. In merito al tema dell’empatia e ai sacrifici che i maschi devono compiere per poter godere dei privilegi che il sistema patriarcale prevede per loro, l’autrice cita bell hooks:

Possiamo immaginare il controllo del genere come la creazione di silenzi reciproci, e potete iniziare a riconoscere il silenzio maschile come lo scotto da pagare per il potere e la possibilità di far parte del gruppo. Nessuno è riuscito a esprimere questo concetto meglio di bell hooks che ha detto: «Il primo atto di violenza che il patriarcato richiede ai maschi non è la violenza contro le donne. Piuttosto, il patriarcato richiede a tutti i maschi di compiere atti di mutilazione psichica auto-inflitti, di uccidere le parti emotive di loro stessi. Se un individuo non è in grado di mutilarsi emotivamente, può contare sugli uomini patriarcali che metteranno in atto rituali di potere che daranno l’assalto alla sua autostima».

Alle donne è concessa una gamma emotiva più ampia (con tutti gli stereotipi legati all’emotività femminile che ne conseguono), con l’eccezione di tutte quelle emozioni ritenute maschili (l’ambizione, la rabbia, il dissenso, l’intelligenza critica). Questo, continua Solnit, «significa che il silenzio è una forza pervasiva, distribuita in modo diverso a diverse categorie di persone. Sottolinea uno status quo basato su una omeostasi dei silenzi».

L’autrice prosegue la sua breve storia del silenzio parlando dei diversi modi in cui le donne sono state storicamente zittite: si va dall’autocensura, come nel caso delle buone maniere che – secondo Solnit – rendono le donne vittime più vulnerabili (cita in proposito la storia, raccontata in prima persona, di una donna palpata sulla metropolitana che cerca di allontanarsi dal suo molestatore senza dargli l’impressione di ritenerlo colpevole di alcunché per non offenderlo), a una vera e propria disabilitazione del valore performativo delle parole. È questo soprattutto il caso di (certa) pornografia che, mostrando continuamente donne che dicono di “no” senza che il loro “no” abbia alcun effetto, ha di fatto svuotato di qualsiasi potere la locuzione negativa in ambito sessuale.

Nei saggi seguenti Solnit affronta altre tematiche, il potere essenziale e importantissimo del linguaggio, la possibilità di fare battute sullo stupro, la distorta credenza che in epoca preistorica le donne trascorressero il loro tempo a non far niente, completamente dipendenti dall’uomo-cacciatore.

Ritorna anche qui la rivendicata necessità di un uso positivo delle categorie che sia in grado di mettere far emergere le epidemie sociali con cui facciamo i conti ogni giorno. È un concetto che ho trovato particolarmente interessante, perché mi sono spesso interrogata sull’effettivo valore del termine – diffuso in Italia – di femminicidio, che non è stato e non è tuttora esente da critiche. La definizione renderebbe la morte violenta di una donna per mano di un uomo un evento specifico, distanzierebbe le donne dalle persone intese in modo più ampio e generale. In questo caso, però, l’uso di un termine a sé ci permette di collegare ciascun evento che risponde a questa descrizione agli altri, creando subito una trama, uno schema ripetitivo che ci consente di distinguere tra un caso singolo, unico, isolato e uno che invece è sintomo di un problema sociale più ampio, di un’epidemia che va fermata e risolta.

Interessanti anche le riflessioni su libri e telefilm, dove Solnit sottolinea ancora una volta il ruolo fondamentale e la responsabilità dell’arte nella nostra società, in cui il canone qualitativo è spesso e volentieri selezionato da maschi, per maschi, tra opere scritte/dirette esclusivamente da maschi (recentissime le sconcertanti statistiche relative al festival di Cannes, che dall’anno della sua fondazione – il 1946 – ha visto la presentazione di 82 film diretti da registe donne, contro i 1688 diretti da uomini). E sì, questo include anche alcuni dei grandi classici della letteratura soprattutto se letti attraverso una lente distorta, come nel caso di Lolita di Nabokov.

Leggi abbastanza libri in cui le persone come te sono sacrificabili, inutili, silenziose, assenti o senza alcun valore, e finiranno per lasciare un segno. Perché l’arte plasma il mondo, perché conta, perché ci crea. O ci distrugge.

 

 

 

Tutte le traduzioni di The Mother of All Questions (e relativi errori) sono mie.

Immagini: illibraio.it, amazon.com, mie foto.

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