Rodolfo Siviero: lo 007 dell’arte italiano

Della Seconda guerra mondiale e dei tragici eventi che l’accompagnarono e seguirono ho letto un po’ di tutto, ma a parte qualche generica nozione sui catastrofici effetti che il conflitto ebbe sul patrimonio artistico italiano, non credo d’aver mai realmente apprezzato fino in fondo la portata dei trafugamenti nazisti ai danni dei beni culturali del nostro Paese.

Parliamo di migliaia di opere tra capolavori acquistati illegalmente, ottenuti tramite scambi illeciti e, per la maggior parte, trasportati sui camion alla volta della Germania col pretesto di proteggerli dalle bombe alleate, soprattutto dopo il vuoto di potere provocato dalla caduta del fascismo nel luglio del 1943 e dall’armistizio dell’8 settembre.

Con la conclusione della guerra gran parte del patrimonio artistico sottratto all’Italia ci è stato restituito, ma non sono poche le opere svanite nel buco nero della confusione bellica e mai più riapparse. Non mi ero mai interrogata neanche su chi si fosse occupato di questi recuperi e restituzioni, ricordo soltanto di aver salutato con un certo interesse l’uscita del film del 2014 The Monuments Men (scritto, diretto e interpretato da George Clooney, insieme a Matt Damon, Cate Blanchett e Bill Murray tra gli altri) che racconta l’avventura dei recuperi dal punto di vista degli americani.

E in Italia? Tra le figure più interessanti di questo periodo, spicca quella di Rodolfo Siviero, un personaggio spregiudicato, egocentrico e contraddittorio che ha sempre fatto in modo di trovarsi in prima linea nella battaglia per la difesa, la salvaguardia e il recupero dei beni culturali messi a repentaglio dalle mire naziste.

9788868260316_0_0_498_75A lui è dedicata una bella biografia di Francesca Bottari (Rodolfo Siviero. Avventure e recuperi del più grande agente segreto dell’arte, Castelvecchi, 2013, ripubblicato nel 2016) che ne traccia la vita (l’infanzia a Guardistallo, in provincia di Pisa, dove è nato nel 1911; la giovinezza nell’amata Firenze, a partire dal 1924; la maturità sempre al servizio dell’arte) e ne ricostruisce con precisione – là dove possibile – l’attività pre- e post-bellica grazie a diari inediti e documenti ufficiali, in modo appassionante anche se a tratti un po’ troppo schematico.

Amante dell’arte, della letteratura, di tutto ciò che è bello, Siviero ha fama d’essere un uomo dai modi spicci e sopra le righe, sempre pronto ad arrogarsi prerogative che non gli competono: sgomitando il più possibile quando, ancora in gioventù, si tratta di farsi strada tra gli intellettuali fiorentini, appellandosi a tutti i contatti che riesce a ottenere (da Giovanni Papini ai gerarchi fascisti) pur di pubblicare la sua raccolta di poesie (La selva oscura), guadagnarsi ruoli e incarichi che gli permettano di farsi conoscere e di assicurarsi una carriera diplomatica. Pare che questi sforzi lo portino ad aggiudicarsi una borsa di studio in Germania, che altro non è se non una copertura: tra il 1937 e il 1938, sembra che Siviero sia a Berlino come spia del SIM (il Sistema Informazioni Militare), incaricato di fare rapporto circa le intenzioni naziste di annettere l’Austria al Reich.

Dalla Germania viene espulso già alla fine del 1938 in quanto “persona non gradita” e, tornato in patria, anche a Firenze si inizia a sospettarlo di una simpatia troppo tendente a sinistra. Una propensione che si concretizza dopo l’Armistizio dell’8 settembre quando, sfruttando a pieno la rete di contatti sviluppata nel decennio precedente, Siviero organizza un gruppo clandestino, che comprende anche alcuni partigiani, stanziato al villino di Lungarno Serristori, abitazione dello storico dell’arte Giorgio Castelfranco. Il gruppo di Siviero ha il compito di far da intermediario tra la Resistenza e gli Alleati per sventare le ruberie d’arte naziste – quando possibile – o almeno  raccogliere quante più informazioni possibili per garantire il recupero dei beni sottratti una volta terminata la guerra. Le preziosissime informazioni vengono nascoste tra le pagine della biblioteca di Castelfranco, in quella stessa casa che diventerà parzialmente proprietà di Siviero nel 1944 e totalmente nel 1961.

Le attività di recupero si svolgono a pieno regime dal 1945 in poi: Siviero è impegnato non solo a garantire il ritorno delle opere trafugate dai nazisti con la scusa della loro salvaguardia (come il bottino portato via dall’abbazia di Montecassino o dai depositi custoditi nelle ville della campagna Toscana), ma anche quelle acquistate in circostanze ambigue e illegalmente portate fuori dall’Italia (nonostante un’inutile opposizione dell’allora ministro fascista dell’Educazione nazionale, Giuseppe Bottai). E se nel primo caso il gioco sembra abbastanza semplice (ma non sempre), nel secondo la situazione si complica ulteriormente.

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Entrano in gioco mille e più considerazioni politiche, con gli americani – incaricati di supervisionare le restituzioni – che tentano di non innervosire troppo i tedeschi per non perderli alla causa anti-sovietica; gli stessi americani che talvolta fanno qualche concessione all’Italia per tenerla buona ed evitarne la deriva politica a sinistra (si dice sia questo il caso della restituzione del Discobolo Lancellotti); le istituzioni italiane stesse che osteggiano Siviero a ogni piè sospinto e che spesso e volentieri ritengono che la solerzia dello 007 dell’arte nel recuperare opere (all’apparenza) legalmente acquistate sia eccessiva. Sono della stessa idea gli intellettuali tedeschi che si appellano agli americani perché le opere acquistate restino in Germania e ad aggravare le cose ci si mette anche, in Italia, l’epidemia dei furti d’arte degli anni Settanta, che non solo obbliga Siviero a recuperare opere che aveva già recuperato (come l’amato Ritratto di Memling), ma sembra anche avvalorare la tesi secondo cui l’Italia non si meriterebbe il suo ricco patrimonio artistico, di cui avrebbe fatto volontariamente scempio negli ultimi anni del regime fascista.

Siviero, dal 1946 Ministro Plenipotenziario deputato al recupero delle opere d’arte, sarà sempre una figura antipatica ai più, scomoda e poco gradita. A tratti troppo fascista (come sostiene lo storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, che mai gli perdonerà la militanza nel servizio segreto fascista, arrivando a definirlo un soldataccio del SIM), in altri casi troppo di sinistra (per i nazisti, gli americani e infine anche le istituzioni italiane), comunque sempre troppo brusco e poco diplomatico nei modi, pronto a scavalcare le autorità per il bene del patrimonio artistico e anche a rivendicare il diritto di usare ogni mezzo a sua disposizione pur di riportare il maltolto in Italia, anche a costo di piegare qualche procedura. Il suo ufficio sarà sempre precario, rinnovato ogni due anni con un’apposita legge, un’incertezza che non gli permette di chiedere la pensione e che non gli garantisce neanche i finanziamenti necessari a portare avanti le sue indagini, tanto che sarà spesso costretto ad anticipare le spese di tasca propria e addirittura sovvenzionarsi da solo.

9788857221908_0_0_498_75.jpgLa biografia firmata da Francesca Bottari non manca di ripercorrere fatti e aneddoti pittoreschi (tutti veri!) che fanno da corredo alle vicende di Siviero: il deposito di Montecassino svuotato con l’inganno e solo in parte condotto alla protezione del Vaticano; la Danae di Tiziano voluta da Göring e affissa al soffitto della sua camera, poi riciclata a spalliera del letto quando il dipinto sembra aver esaurito la sua attrattiva; l’incauto festino alcolico dei soldati nazisti attorno a un’altra opera di Tiziano, la Venere; o ancora il losco affare tra Göring e l’antiquario Ventura, che gli aveva ceduto alcuni quadri del Rinascimento italiano in cambio di opere impressioniste sottratte agli ebrei francesi; Siviero e i suoi che assistono mentre le opere d’arte nascoste nei pressi di Salisburgo riemergono una a una dalle miniere di sale di Altaussee; la segretaria tedesca che getta dalla finestra le rose che Siviero le ha regalato per festeggiare il ritorno in Italia del Discobolo e lo stesso Siviero che gliene manda un secondo, per compensare. Luca Scarlini, nel suo Siviero contro Hitler (Skira, 2014), dà di questi stessi avvenimenti una versione più episodica e frammentaria e tuttavia interessante, allargando lo sguardo anche ad altri protagonisti, sull’uno e l’altro schieramento.

Nonostante le avversità e soffrendo della mancanza di riconoscimento istituzionale, Siviero continua la sua attività fino alla morte, nel 1983, sognando un museo permanente delle opere recuperate a Palazzo Vecchio (fallito), passando per il progetto di un Partito europeo in tempi non sospetti (il 1967) e una pensione che, come ultima beffa, gli verrà concessa soltanto dopo la morte.

Per suo volere, il villino Castelfranco, dal 1961 casa Siviero a tutti gli effetti, è stato trasformato nel Museo Casa Rodolfo Siviero, tutt’oggi visitabile gratuitamente. A partire da sabato 6 aprile verranno attivati anche dei laboratori recitati gratuiti per famiglie con bambini di 5-11 anni. Tutte le informazioni su come prenotare e partecipare qui.

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Immagini: outsidernews.it, ibs.it, antigonart.wordpress.com

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