“Trappola per vespe” di Marco Dorati (recensione)

61SdEIIbfULC’è un’immagine in particolare che ti resta fastidiosamente attaccata dopo aver letto Trappola per vespe: è quella degli icneumonidi, insetti parassitoidi che, al momento di riprodursi, depongono le uova all’interno di una malcapitata preda adeguatamente paralizzata (un bruco, per esempio), ma al contempo viva e vigile. Una volta nate, le larve dell’icneumonide divorano l’ospite dall’interno, cominciando dagli organi non strettamente vitali. L’obiettivo, infatti, è quello di mantenerla in vita il più a lungo possibile così da garantire ai nuovi insetti una fonte di cibo duratura.

La quarta di copertina di Trappola per vespe (Leucotea Project, 2019) parla di “letteratura di secondo grado” e di “costruzioni a scatole cinesi”, definizioni che tuttavia danno solo una vaga idea di quello che attende il lettore oltre la soglia del primo romanzo di Marco Dorati.

Come un poeta in cerca di storie, come un principe in incognito che, lasciato di nascosto il palazzo, s’aggira per le strade volevo spiar non visto; ma mi trattenne un subito desiderio che mi colse di scrivere.

Tanto per cominciare, chiunque volesse cimentarsi in un riassunto di Trappola per vespe si troverebbe in seria difficoltà. Perché la struttura del romanzo è a dir poco labirintica e tutt’altro che interessata ai più classici intrecci narrativi. Protagoniste indiscusse, invece, sono la scrittura – concepita come un crudele imperativo contrario alla vita stessa – e la letteratura, cibo di cui l’autore si nutre avidamente, parassita anche lui, raccogliendo allusioni a piene mani e disseminando il suo testo di mille e più citazioni dai grandi autori vissuti tra Sette, Otto e Novecento.

Al termine di una prima parte brevissima e quasi ossessivamente descrittiva, la voce narrante annuncia l’intenzione di cedere la parola “a un altro” il cui compito sarà quello di intrattenerci e di raccontare ciò che il narratore stava per mostrarci. Abbandoniamo così la strada più breve e diretta per quella buia e tortuosa che, chiarisce il narratore stesso, ci porterà esattamente dove ci avrebbe portato la prima, ma dopo un viaggio ben più lungo e articolato.

Sentivo di dovermi affrettare: presto quel mondo ringiovanito – mi ripetevo – avrebbe cominciato a decadere e invecchiare, ed io a risalir di grado in grado verso i miei più mesti giorni. Senza porvi più mente, lasciai la strada ed entrai in un caffè.

Si apre dunque una seconda parte che ci immerge nelle atmosfere tedesche di autori come Walser e Hoffmann, immettendo a sua volta in un capitolo II – il più narrativo e affascinante di tutto il romanzo – in cui il lettore si ritroverà trascinato sempre più giù in una spirale senza fine di storie dentro altre storie dentro altre storie fatte di continui richiami e ripetizioni. Una trappola di riferimenti e allusioni punteggiata da citazioni letterarie, condita da immagini (metafore?) di una violenza fredda e inaudita, talvolta ripugnante che, insieme alla struttura rigorosa e quasi geometrica del testo, genera una sensazione di forte inquietudine e turbamento, quasi da horror psicologico, che attrae e respinge in egual misura.

Corsi a prender posto a un tavolino accanto a una grande vetrata appannata dal fumo e dal vapore, ordinai un cognac e pregai il cameriere di portarmi carta, penna e calamaio, e quegli tornò di lì a poco con ciò ch’io avevo comandato.

Il tema dello scrittore condannato a una morte-prima-della-morte dalla scrittura stessa ritorna nei capitoli III e IV (d’ambientazione prima orientaleggiante, poi parigina), dove la struttura a spirale della sezione precedente cede il passo a una riflessione meno narrativa e più investigativa, con una sequenza di scarti laterali che seguiranno il narratore nello sforzo di decifrare un sogno dominato dalla figura di Flaubert.

Fatali e inesorabili, inquietudine e turbamento si intensificano e acuiscono man mano che ci si avvicina alle pagine finali del romanzo, con una conclusione pre-Epilogo degna del più angosciante degli horror psicologici.

Con una lingua e uno stile impeccabili che ben evocano un’epoca letteraria passata, Trappola per vespe è un romanzo autoreferenziale, un romanzo sulla scrittura del romanzo stesso, dove tutto si autoalimenta e la scrittura parla e riflette su se stessa, si sdoppia e si specchia e attorciglia. A dispetto della verbosità un po’ compiaciuta di certi passi (che però ben si sposa con l’idea di una scrittura condannata a se stessa), è davvero difficile non lasciarsi stregare dall’insidiosa trappola firmata da Dorati.

Per qualche minuto, le spalle volte alla sala gremita, assaporando la certezza di non esser più visto, osservai la folla nella strada fluir lentamente e – ogn’altro rumore essendo coperto dal brusìo degli avventori – in silenzio. Presi quindi un foglio di carta, intinsi nel calamaio la penna, e m’avviai a scrivere.

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