Nessuno si salva da solo: una mattinata al rione Sanità

Napoli, inizi dell’Ottocento. Viene ultimata l’imponente costruzione del Ponte della Sanità, una struttura alta 118 metri incastonata tra case, strade e chiese. È così che un elemento architettonico associato all’unione e alla condivisione (il ponte in contrapposizione al muro) finisce con l’isolare un intero rione per permettere ai governanti francesi della reggia di Capodimonte di raggiungere più comodamente il centro città. Al Rione Sanità, una di queste cose non somiglia alle altre e non ci vuole molta fantasia per accorgersi che il ponte è un enorme intruso, con i suoi archi massicci a ergersi dove meno te l’aspetti, dove ci aspetteremmo solo case e cielo.

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Tienimi che ti tengo

Se non avessi avuto la fortuna di visitare il Rione insieme a chi lo conosce, di vederlo attraverso i suoi occhi, probabilmente – al di là di qualche constatazione sul suo essere del tutto fuori posto – non mi sarei interrogata più di tanto sul ponte. A dirla tutta, forse non ci avrei nemmeno messo piede, non per pregiudizi o timori particolari, ma perché l’elenco delle priorità del turista è serratissimo e non lascia molto spazio all’improvvisazione, non se si hanno pochi giorni per vedere tutto quello che c’è da vedere.

E invece ho già il sospetto che la mattinata trascorsa al Rione Sanità insieme a Chiara Nocchetti sarà il mio ricordo più vivido in assoluto di questa tre giorni napoletana. Anzi, mi sono resa conto che visitare una città insieme a qualcuno del posto che arriva a travolgerti e contagiarti col suo entusiasmo e il suo amore vero e viscerale per le proprie strade e per la propria gente (sue o di adozione non fa differenza) sia una delle poche forme di “turismo” che non mi fanno andare di traverso il buonumore.

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Il Palazzo dello Spagnolo

Chiara ci ha accompagnate per le strade del Rione raccontandoci la sua storia: Borgo dei Vergini con le sue chiese e la sua leggenda d’amore infelice trasformata in promessa di virile castità condivisa; il Palazzo dello Spagnolo, con il suo bel cortile verde pastello che abbiamo visto per la prima volta in una scena di Sense8; la street art davanti e accanto alla chiesa di Santa Maria della Sanità; la storia dei lammatari che danno il nome a un vicoletto del Rione; la bellissima scultura del Figlio velato di Jago, opera d’arte attualmente visibile nella cappella della chiesa di San Severo Fuori Le Mura, contrappunto drammatico, attuale e contemporaneo al Cristo velato di Sammartino nella Cappella Sansevero.

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Uno degli scheletri nelle catacombe di san Gaudioso

E poi Santa Maria della Sanità, ennesima testimonianza di una Napoli stratificatasi nei secoli, un accumulo di storia che più che cancellare il vecchio si limita a costruirci sopra il nuovo. Vediamo la Chiesa barocca (col suo Caravaggio incompiuto e da altri ultimato), la cripta paleocristiana, scendiamo sottoterra nelle Catacombe che portano il nome di san Gaudioso, santo del Nordafrica che sulle coste di Napoli è naufragato e che qui è sepolto: un intreccio di cunicoli, tombe, scolatoi e scheletri dipinti per dare un corpo ai teschi infissi nelle pareti. Tra questi ce n’è uno che si dice abbia ispirato la celebre poesia ‘A livella, di un più che celeberrimo nativo del Rione: Totò.

È questo il fascino un po’ macabro in cui non è raro imbattersi a Napoli: subito dopo le Catacombe, Chiara ci accompagna fino al cimitero delle Fontanelle, un’imponente cava di tufo in cui si affollano teschi e ossa senza nome. Sono le vittime della peste del Seicento, di una carestia del Settecento, dell’epidemia di colera dell’Ottocento. La maggior parte ordinatamente impilata contro le pareti, altri chiusi in teche di vetro. Chiara ci racconta di come alla fine degli anni Sessanta del Novecento impazzasse il culto per questi teschi anonimi, a cui ci si votava e si pregava, una pratica dal sapore talmente profano – quasi pagano – da spingere le autorità ecclesiastiche di Napoli a chiudere il cimitero.

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Resis-TiAmo

Tra gli aneddoti della storia antica e recente, c’è Chiara che entra nei bar e nei negozi, saluta e parla con la gente come se conoscesse e volesse bene proprio a tutti e tutti ne volessero a lei. Insieme alla storia del quartiere, ci racconta anche la storia di chi ci abita, che a quella è indissolubilmente legata: perché senza la volontà e lo spirito d’iniziativa degli abitanti della Sanità non sarebbe possibile visitare le Catacombe, le Fontanelle o vedere il Figlio velato. Il Rione, scopriamo, è fatto anche di studi di registrazione in chiesa, di ring per la boxe in sacrestia, di bed & breakfast nei chiostri, di teatri tirati su dal niente e di persone che, là dove non c’erano opportunità, sono riuscite a crearsene e a salvarsi a vicenda.

Chiara queste storie le ha già raccontate in un libro che ci regala: si intitola Vico esclamativo – Voci dal rione Sanità. Raccoglie le testimonianze di chi qui ci è nato, cresciuto o arrivato da fuori. Sono storie fatte di dolore e sofferenza, di persone costrette a diventare grandi troppo presto, ma anche di responsabilità, speranza, comunità, amore e rinascita. Alla fine di ogni breve storia – alcune brevissime – ci sono le foto a tutta pagina dell’io che fino a quel momento ha parlato in prima persona ed è davvero sconcertante constatare quanto sia difficile a volte conciliare ciò che si è letto col viso giovane – giovanissimo – che ci sorride dalla pagina.

20200130_122653_0_smallLe storie si intrecciano le une alle altre, i nomi di chi si è teso la mano nella vita vera si richiamano anche tra le pagine. Ci sono cooperative sociali, case famiglia, onlus, oltre «trenta enti no profit [che] lavorano per far conoscere al mondo la bellezza del quartiere e per far crescere una generazione che sappia costruire una vita migliore». Per tutte le iniziative e le attività della Fondazione San Gennaro, fare una donazione, scoprire perché vale la pena visitare il Rione Sanità e saperne di più sul libro di Chiara, potete visitare il sito qui.

«Ho imparato, tra tutte, la lezione più incredibile: che crescere non è vedere nuovi luoghi ma avere nuovi occhi» (Miryam, Vico esclamativo).

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