Recensione: “Saudade” di Silvia Vernuccio

saudade: s.f., port. Sentimento di nostalgico rimpianto, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente.

Treccani

È proprio intorno a questo concetto, la fortissima presenza dell’assenza, che ruota l’omonimo romanzo d’esordio di Silvia Vernuccio (Edizioni Helicon, 2021). Saudade è la storia di Dalia e del suo amore per Toronto, Dalia che ha quasi trent’anni e sembra aver raggiunto una fase di stasi paralizzante nella sua vita.

Da poco rientrata dal Canada, dove ha provato a trasferirsi in pianta stabile insieme al suo amico d’infanzia e attuale ex ragazzo Dario, Dalia ha appena concluso uno stage a Bologna, che, l’ha appena saputo, non avrà alcun seguito. Il sogno da sempre coltivato di vivere a Toronto, la sua città del cuore, sembra essersi infranto miseramente, mentre l’Italia continua a non darle opportunità concrete.

A corto di opzioni e indecisa sul da farsi, Dalia risponde alla richiesta d’aiuto di Dario, che le chiede di tornare a Firenze e stare un po’ con lui nella casa di famiglia in cui hanno trascorso gran parte della loro infanzia. I genitori di Dario, infatti, stanno divorziando e lui ha bisogno di un supporto morale. È così che, sospesa in un limbo che sembra sbarrarle le porte del futuro da sempre sognato, Dalia si reimmerge nel suo passato e passa tre mesi a casa di Dario. Con loro ci sono anche Clarissa, la madre di Dario, e Virginia, la giovane zia, anche lei alla prese con la fine del suo matrimonio.

C’è un passo del romanzo in cui Dalia paragona la sua vita a una sala d’attesa, descrivendo bene il sentimento che chi si trova nella sua posizione (soprattutto appartenendo alla sua stessa generazione) conosce benissimo: l’impressione che gli anni si avvicendino uno dopo l’altro, sempre col miraggio costante dell’agognato momento in cui la vita, quella vera, comincerà davvero.

Ma la casa in cui i personaggi si ritrovano a trascorrere questi tre mesi diventa una sala d’aspetto un po’ per tutti. Clarissa sta pianificando il suo trasferimento a Marina di Grosseto e intanto deve fare i conti con un matrimonio ormai finito, una violenza ancora non superata e i dubbi sui benefici di una verità che forse è meglio non rivelare del tutto; Virginia si guadagna da vivere con un lavoro di compromesso e intanto ha lasciato suo marito Elio, eppure non sembra ancora pronta per chiudere definitivamente quel capitolo; anche Dario si è accontentato di un lavoro che non gli piace e, ancora innamorato di Dalia, spera che la loro storia possa essere in qualche modo riallacciata.

Tra le mura della casa, passato, presente e futuro intrecciano un dialogo costante: il passato illumina e capovolge le dinamiche e i rapporti presenti (la piccola Dalia che ammirava Virginia, e adesso Virginia che ammira la giovane Dalia), che a loro volta generano la scintilla che racchiude in sé la speranza di poter far luce su un futuro sempre meno incerto. Tre mesi per mettere a fuoco la propria vita, tenere in incubazione i propri dubbi, le proprie paure e insicurezze, e trovare il coraggio di guardarli in faccia e andare avanti. Che forse, alle volte, coincide col ritornare indietro.

Saudade riesce bene a descrivere la sensazione di “sradicamento” della protagonista, la nostalgica malinconia e l’amore quasi viscerale per Toronto che le fa battere il cuore. Il romanzo riesce meglio proprio là dove tratteggia il ritratto di una generazione (che include Dalia e Dario, ma anche Virginia) che fatica a carburare e che forse più di altre si trova costantemente a dover scendere a patti tra realistico (e quindi ragionevole) e ideale (e dunque sconsiderato), con la prospettiva di sacrificare i propri sogni pur di ritagliarsi un posto nel mondo. Cosa succede a chi si compromette? E a chi invece non vuole farlo? Come si arriva a prendere una decisione?

Il romanzo soffre semmai di un’eccessiva impostazione nei dialoghi che spesso non riescono a controbilanciare a dovere il peso introspettivo della narrazione, che beneficia però di una scrittura lucida e analitica.

Codarda, codarda – me lo dico sempre quando sogno la notte. Da piccola facevo un sogno ricorrente: sognavo di volare alto, sempre più in alto nel cielo e non riuscire ad atterrare mai più. Era un senso di vertigine continuo, una specie di vertigine capovolta che provavo all’idea di salire sempre più su, invece che all’idea di cadere. Lì in alto dove sei sola e troppo al di sopra di tutto.

Silvia Vernuccio, Saudade (2021)

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