Recensione: “Il ragazzo delle stelle cadenti” di Davide Baldin

Danny ha dodici anni e sta tornando a casa in macchina insieme ai suoi genitori quando vede una stella azzurra precipitare giù dal cielo. Non è la prima che vede, ormai ci è abituato, così come è abituato a non farne più parola con mamma e papà, che non farebbero altro che rispondergli con noiose spiegazioni razionali e sensate (fuochi d’artificio, lanterne cinesi). Ormai ha capito che ai suoi genitori non piace vederlo perdersi nei propri pensieri, farsi trascinare via dalla fantasia, e anche i suoi compagni di classe lo trovano strano.

Quella sera, Danny va a dormire, o almeno ci prova. Perché, complici il vento ricco di storie lontanissime e una finestra sempre aperta per lasciarle passare, la notte di Danny si rivela essere più movimentata del previsto. Una meteora dall’odore nauseabondo solca il cielo e si schianta in mare, e un pirata avvolto in un mantello sporco e fuligginoso compare riverso sulla spiaggia.

L’incontro col misterioso pirata innesca tutta una serie di avvenimenti e avventure che porteranno Danny a esplorare mondi esotici, onirici e lontani, a combattere in prima linea contro le forze del male in compagnia di personaggi curiosi e curiosamente assortiti: un Viaggiatore dei Sogni, un quasi-alchimista, un vecchio professore di fisica, una guida Tuareg, una regina misteriosa. Un viaggio che lo condurrà a Firenze, nel Trentino, ma anche tra le dune del deserto, in profonde caverne ed enormi e minacciosi castelli, foreste innevate e paludi piene di insidie.

Il ragazzo delle stelle cadenti di Davide Baldin (CTL Livorno, 2021) è un’avventura che attinge a piene mani dal fantasy e dalla psicanalisi. È un romanzo che parla di sogni, del loro potere e del loro ruolo nella vita di tutti i giorni. Di sogni come strumento e aiuto per capire le parti più profonde del nostro essere, del nostro immaginario, sia personale che collettivo, di sogni come lasciapassare per una fantasia in grado di correggere e contrastare l’aridità del tran tran quotidiano, quella che che troppo spesso ci conduce all’insensibilità verso il prossimo, ma anche verso noi stessi.

Complici i capitoli brevi e una scrittura molto scorrevole, Il ragazzo delle stelle cadenti è un romanzo avvincente e di agile lettura, ricco di riferimenti per gli appassionati di fantasy, psicanalisi e persino di fisica. Forse, a tratti, indugia un po’ troppo sulle spiegazioni più “tecniche” e i dialoghi risultano eccessivamente didascalici a discapito di una maggiore naturalezza, ma credo abbia il grande pregio di ricordarci che dentro ognuno di noi c’è un mondo intero – talvolta condiviso, talaltra totalmente personale – un mondo vivido, vibrante, ricco di avventure, che ha un suo ruolo, una sua dignità e un suo valore imprescindibile, e che di certo non merita di essere completamente schiacciato e messo da parte a vantaggio della vita “di fuori”, quella che spesso viene considerata l’unica vera, reale.

Dopotutto, come diceva Shakespeare, “siamo fatti anche noi della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”.

Viscoso e dolce come il miele, scivolava via il Libeccio delicato sulla pelle, lo circondava e avvolgeva, lo immergeva in un mondo ovattato, lo curava e proteggeva mentre lui, da lì, poteva sentirsi sicuro e ormai già lontano. I suoi sensi rimbalzavano su questa realtà e si proiettavano in altri luoghi e confini, dove anche il tempo si piegava a nuove regole e prospettive. Distendeva e rilassava il Libeccio, portava giù, nelle più belle fantasie di menta, zenzero, tè e cannella.

Davide Baldin, Il ragazzo delle stelle cadenti (2021)

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